Vipassana: l’arte di vivere


«La mente equilibrata non solo diventa serena in se stessa,

ma aiuta pure gli altri a essere pervasi di pace e armonia»

Sayagi U Ba Khin

vipassana

Da tempo desideravo partecipare ad un ritiro di  Vipassana, tecnica di meditazione che si dice sia stata praticata e trasmessa dal Buddha in persona, e che viene insegnata in tutto il mondo con corsi intensivi di 10 giorni.

Dieci giorni di nobile silenzio (vietato parlare o comunicare in qualunque altro modo), dieci giorni senza leggere né scrivere, e soprattutto (la cosa più difficile in assoluto per una madre) dieci giorni senza contatti con l’esterno. Il motivo? Durante il corso ci si deve concentrare su un’unica cosa: la battaglia contro la propria ignoranza. Questa è considerata infatti, insieme alla bramosia e all’avversione, la causa di ogni sofferenza, e lo scopo di Vipassana è proprio l’eliminazione della sofferenza.

Ma come è possibile eliminare la sofferenza? Dovremmo cancellare dalla faccia della terra questa o quella persona, poter fermare tutte le catastrofi naturali, prevenire incidenti ed imprevisti… tutto questo è impossibile!

Molti di noi sono abituati a cercare la causa della propria infelicità fuori da sé. Alcuni hanno invece capito che la chiave è all’interno di noi stessi, e questo è senz’altro il primo passo verso la consapevolezza. Ma capire questa realtà a livello intellettuale è una cosa; sperimentarla sulla propria pelle e metterla in pratica è tutt’altro. Vipassana offre la possibilità di vivere sulla propria pelle questa semplice legge di natura.

La tecnica

Quello di Vipassana è un percorso pratico, non teorico. Sì, c’è anche una filosofia dietro alla tecnica, e questa viene esposta durante il corso, ma il suo ruolo è marginale. Ciò che conta è la pratica. Che si aderisca alla filosofia o meno, si potranno sperimentare i vantaggi della tecnica sul proprio corpo e sulla propria mente.

Qualunque sia la nostra religione o la nostra opinione su un determinato argomento, tutti cerchiamo pace e armonia, e tutti possiamo trovarle in Vipassana. La grande lezione che si sperimenta con la pratica è il concetto di impermanenza. Chiunque si sia interessato anche in modo superficiale al buddhismo sa che questo è uno dei cardini della filosofia buddhista. Attraverso la pratica di Vipassana sperimentiamo anicca, l’impermanenza, sulla nostra pelle, sulle nostre ossa, nella nostra mente. Allora non sarà più un concetto astratto, e non avremo più bisogno di sforzarci per ricordare che “tutto passa”. Questa convinzione farà parte di noi; profondamente radicata in ogni cellula del nostro corpo. In questo modo otteniamo la comprensione attraverso l’esperienza (Bhavana maya Pañña).

Il meditatore si ferma a osservare il fenomeno del sorgere della sensazione nel corpo.

Il meditatore si ferma a osservare il fenomeno del passare della sensazione nel corpo.

Il meditatore si ferma a osservare il fenomeno del sorgere e passare simultaneamente della sensazione nel corpo.

Nel corso della nostra vita siamo continuamente confrontati a diversi tipi di avvenimenti. Quando ciò che desideriamo avviene, siamo felici; quando non avviene, soffriamo. Quando ciò che rifuggiamo avviene, soffriamo; quando non avviene, siamo relativamente sereni. Siccome è impossibile fare in modo che accada solo ciò che noi vogliamo, ed evitare che succeda ciò che invece temiamo, c’è una sola soluzione possibile: accettare di buon grado ciò che la vita ci riserva: essere equanimi nei confronti di tutte le sensazioni.

Il che non significa assumere un atteggiamento passivo e/o rassegnato: l’accettazione della realtà non è che il punto di partenza. Da lì si è liberi di cominciare a lavorare per cambiare le cose.

Qualcuno potrebbe pensare che un atteggiamento del genere sia impossibile, o che renderebbe la vita piatta ed insipida. In effetti siamo dipendenti dalle sensazioni, e tendiamo a ricercarle, siano esse positive o negative, un po’ come il bambino che preferisce essere sgridato piuttosto che ignorato. Ma perché molti di noi hanno bisogno di sensazioni forti? Perché non sappiamo godere di quelle sottili. Per stare bene, per sentirci vivi, ricerchiamo forti emozioni. Quando impariamo ad essere equanimi, questo desiderio si attenua e la qualità della vita ne risulta migliorata.

«Il piacere che nasce dalla sensualità è niente se paragonato all’estasi che nasce dalla pace interiore della mente»

La tecnica non consiste nel sopprimere le sensazioni. Anzi, queste vanno vissute e sperimentate appieno. L’obiettivo è viverle serenamente. Senza ricercare avidamente quelle piacevoli né rifuggire con terrore quelle spiacevoli. Il risultato è la comprensione, non teorica ma sperimentata sul proprio corpo, del fatto che tutto passa. Sensazioni piacevoli e sensazioni sgradevoli. Caldo, freddo, dolore, eccetera. Qualsiasi sensazione, per quanto possa apparire insopportabile, verrà presto superata, forse addirittura dimenticata. Si impara a non attaccarsi alle sensazioni piacevoli e a non opporsi a quelle sgradevoli. Le si osserva, semplicemente, mentre compaiono e poi mentre si dissolvono.

Mettā

L’ultima tappa è mettā: la condivisione della gioia raggiunta con tutti gli esseri.

«Come un tizzone ardente irradia calore,

il meditatore irradierà equilibrio, pace e serenità»

Rientrata da pochi giorni, sto sperimentando proprio questo effetto “tizzone ardente”: tutte le persone che incontro si accorgono che in me è cambiato qualcosa. Tutte riflettono la luce e il calore che sto ancora irradiando, e io spero di mantenere acceso questo tizzone il più a lungo possibile, tenendo presente l’augurio del Maestro Goenka:

«Possano tutti gli esseri trovare la vera pace, vera armonia, vera felicità»

Per saperne di più sulla meditazione Vipassana potete leggere “Il tempo della meditazione Vipassana è arrivato” di Sayagyi U Ba Khin. Se però avete in mente di fare un corso, il mio consiglio è di non leggere nulla e di arrivare “a digiuno”: la pratica di Vipassana è molto più semplice e potente della sua teoria e il corso, aperto a tutti, non richiede alcuna competenza preliminare.