Scelte di Vita

Qualche post fa mi è stato chiesto, nei commenti, che cosa ci ha portati a trasferirci in campagna, e perché proprio qui.

Io sono nata e cresciuta a Torino e sinceramente non ho avuto un’infanzia felice. Ovviamente non è tutto imputabile alla (bellissima) città di Torino. Il mio carattere timido e chiuso, il divorzio dei miei genitori (in perfetto stile “La guerra dei Roses”), e l’uscita di scena di mio padre, che adoravo, hanno fatto il resto. Comunque ricordo i lunghi pomeriggi o le giornate interminabili passate in un appartamento al quarto piano, guardando i due enormi alberi del cortile (al quale non potevamo accedere). Ricordo i miei pianti disperati quando un giorno, tornata da scuola, gli alberi non c’erano più. Superato lo shock, ho iniziato a sognare la terrazza di un appartamento che (ora che non c’erano più gli alberi) vedevo dal mio balcone. Ci abitava una bambina della mia età. La vedevo giocare fuori. A volte ballava, o girava su se stessa con la sua gonna che faceva la ruota. Mi sembrava una principessa, avrei voluto essere lei.

I più bei ricordi della mia infanzia sono quelli delle vacanze passate in campagna dai miei nonni paterni. Avevo una nonna davvero speciale. A dire il vero, senza saperlo, era una nonna steineriana. Non ha mai “giocato” con noi, eppure io e mia sorella non ci siamo mai divertite tanto quanto con lei. Semplicemente, facevamo quello che faceva lei. Andavamo a raccogliere frutta e verdura nell’orto, a prendere le uova appena deposte, poi preparavamo insieme da mangiare. Al pomeriggio noi giocavamo fuori mentre lei badava alle sue faccende, niente TV o quasi. E stata lei a insegnarmi a lavorare a maglia fin da bambina.

Insieme preparavamo torte, biscotti e marmellate. Uno dei ricordi più belli della mia vita è questo: io non amavo dormire (chissà da chi hanno preso i miei figli). Andavo a letto senza fare storie ma rimanevo sveglia a lungo, e mi alzavo sempre prestissimo.

Durante le vacanze in campagna a volte, dopo aver passato ore ed ore nel letto, mi alzavo per vedere se mia nonna fosse sveglia. E infatti era ancora in piedi anche lei (beh, anche io avro’ pur preso da qualcuno!). Le dicevo “nonna, non riesco a dormire”. E lei, invece di sgridarmi o di rispedirmi a letto, rispondeva: “Facciamo una torta?”. E cosi’, nel cuore della notte, ci mettevamo a misurare e a impastare. Dopodiché potevo tornare a letto soddisfatta e addormentarmi come un angioletto. E al mattino la torta era li’ ad aspettarmi.

Le sue torte e i suoi biscotti li faccio ancora oggi e spero che anche i miei figli le ricorderanno con tenerezza, come li ricordo io.

Ma torniamo all’argomento di questo post. Dopo qualche mese che stavamo insieme, JM mi ha invitata a casa dei suoi, per non so più quale ricorrenza. Loro vivono in campagna, in Ardèche, in una bella casa tutta di pietra con tanto terreno intorno. JM ha un fratello molto più giovane di lui, che all’epoca aveva otto anni. Lo guardavo giocare, saltare, correre, arrapicarsi sugli alberi, raccogliere un frutto e mangiarlo, rincorrere i cani, divertirsi con niente. C’era una luce nei suoi occhi… si poteva vedere la gioia allo stato puro. Quel giorno, in quel momento preciso, ho deciso che i miei figli avrebbero vissuto cosi’. Liberi, in mezzo alla natura. Quel giorno ho deciso che negli occhi dei miei figli (che non erano ancora nati né erano in programma) volevo vedere quella luce, ogni giorno.

E non sono questi due occhi traboccanti di gioia?

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Ma come siamo finiti proprio qui?

Beh, bisogna precisare che siamo una famiglia di vagabondi. Qui potrete leggere la cronologia (in inglese) dei miei trasferimenti negli ultimi 13 anni. Mio marito, dal canto suo, è stato calciatore professionista e quindi potete immaginare che il suo percorso sia stato analogo al mio. Pur essendo rimasto sempre in Francia, si è spostato regolarmente da un posto all’altro.

In effetti noi due siamo un po’ senza radici. Io sono stata in giro tanto che, come dicevo nel post citato sopra, quando ho provato a tornare a casa, non mi sentivo più “a casa”. Lui è cresciuto in un paesino sperduto nel quale ha vissuto un’infanzia meravigliosa, ma che non offre molte prospettive ad un giovane.

Ci siamo conosciuti a Nizza. Io ero li’ per lavoro (doveva essere un’esperienza di un anno), lui in visita ad alcuni familiari. Dopo un anno di pendolarismo (lui viveva a Montpellier) JM ha proposto di raggiungermi. Io ho deciso quindi di restare. A me Nizza non dispiaceva affatto, ma bisogna precisare che vivevo e lavoravo sulla Promenade des Anglais, quindi vedevo solo il bello di quella città che aveva invece grossi problemi di piccola criminalità. A lui invece la Costa Azzurra non piaceva affatto. Era quindi stabilito che prima o poi ce ne saremmo andati. Ma dove? Casa mia o casa tua? Non è facile quando si proviene da due Paesi diversi.

Dopo la puntata di Mentone (un’altro anno) ho pensato di tentare la carta dell’Italia. Avremmo lasciato la regione che lui non amava, ma avremmo potuto mantenere i nostri rispettivi lavori nel Principato di Monaco.

E fu cosi’ che finimmo a Bordighera. Tranquillo paesino della costa ligure, forse un po’ noioso per alcuni, perfetto per noi che cercavamo solo la tranquillità.

Ci siamo rimasti due anni. Poi io, con i due bambini piccoli, in piena depressione post-partum, ho voluto “tornare a casa”, a Torino. Vivevamo in un meraviglioso, enorme appartamento in pieno centro e già dal primo giorno, quando ho aperto la finestra per arieggiare ed è entrata, invece dell’odore del mare, quell’orribile puzza di smog, insieme al rumore del tram, mi sono detta “ma che cosa ho fatto?”.

La mia situazione è ancora peggiorata. Ero prigioniera in una “torre d’oro”. Non mi sono mai sentita cosi’ sola. Anche qui siamo rimasti due anni. Due anni davvero bui. Sicuramente esistevano altri modi per uscirne, ma essendo il trasloco una modalità a me familiare, ho deciso di “scappare”.

E questa volta è stata proprio una cosa da film: cartina in mano, abbiamo scelto dei posti e siamo andati a visitarli. Io avrei voluto andare a Lucca, una cittadina di cui mi ero innamorata. JM invece proponeva Annecy. Abbiamo visitato diverse volte entrambi i posti. Poi qui si è presentata un’opportunità di lavoro per JM. Io credo nel destino, e mi sono detta che era un “segno”. Cosi’ abbiamo preso baracca e burattini ed eccoci qui.

Abbiamo trovato la pace? In un certo senso si’. La depressione è ormai un ricordo, abbiamo allargato la famiglia e stare qui ci piace molto.

Ma devo ammettere che l’Italia mi manca. Quindi se qualcuno ci legge da Lucca e ha una proposta di lavoro… fra due settimane siamo li’.