Il lungo cammino del post-divorzio

Poco più di un anno fa ho condiviso su queste pagine una svolta importante della mia vita: la decisione di separarmi, e tutti i buoni propositi che ci eravamo prefissati. Dopo quel post, e ancora oggi, continuo a ricevere messaggi di persone che, intrappolate in una relazione ormai esaurita, cercano di trovare il coraggio di separarsi.

Purtroppo, nonostante le buone intenzioni da entrambe le parti, non è stato facile. Anzi. È stato un anno durissimo, durante il quale ho incontrato di nuovo il mostro della depressione. E se già in circostanze normali non è facile ammettere di essere depressi, come fai ad ammetterlo – anche solo a te stessa – quando il tuo lavoro è aiutare gli altri ad avere una vita serena ed equilibrata?

Un giorno piangevo nello studio del mio medico, confessandogli di avere la sindrome dell’impostore. Lui, che – lo ripeto da anni – secondo me avrebbe dovuto fare lo psicologo, mi ha detto: “Vuoi dire che se io fossi diabetico non potrei curare i miei pazienti diabetici? La tua condizione ti fornisce una maggiore dose di empatia. Attraversala. Tornerai a sorridere, insieme ai tuoi allievi e pazienti”. È stata una rivelazione. Non bastava, da sola, a risollevarmi, ma era la luce in fondo al tunnel.

I cambiamenti

Quando ci si separa, la maggior parte degli amici e conoscenti, alcuni di proposito altri per un moto sottile ed involontario, finiscono con l’affiancarsi prevalentemente all’uno o all’altro. Anche quando si va relativamente d’accordo, è raro che questo fenomeno non si verifichi.

Ho scelto di vivere in questo posto nove anni fa insieme al mio ex marito, e praticamente il 100% degli amici che abbiamo qui sono (o erano) amici in comune. Nella maggior parte dei casi erano comunque già più affini all’uno o all’altro e l’epilogo è stato prevedibile. Ma ci sono state anche parecchie sorprese. Alcune piacevoli, altre meno, come racconta anche Silvia Sacchetti in questo post. La sua esperienza è diversa dalla mia ma può essere utile a chi ne vive una simile.

Ma torniamo a noi. Se una conoscente mi ha chiesto di non chiamare più suo marito, muratore, a cui telefonavo da giorni senza ricevere risposta, spiegandomi chiaramente che non vuole che lui frequenti la casa di una donna sola, se altri (ormai ex) amici uomini e mariti modello mi si sono fiondati addosso senza la minima vergogna, alcune delle mie amicizie più belle si sono consolidate in quest’ultimo anno, e delle semplici conoscenze si sono trasformate in amicizie profonde.

Un semplice “Ricordati che non sei sola” quando invece ti sembra di esserlo irrimediabilmente, anche non necessariamente seguito da alcun tipo di aiuto morale o materiale, può alleggerire moltissimo il peso che ti porti sulle spalle. Sono parole che riaffiorano nella mia mente nei momenti bui, e che mi ridanno coraggio.

Eppure non ho mai avuto paura della solitudine. Anzi, l’ho spesso ricercata. Ma un conto è essere soli per scelta; un altro è essere soli perché accanto a te non c’è nessuno. O ti sembra che non ci sia nessuno, il che è esattamente lo stesso. In francese c’è un detto che si basa su un gioco di parole intraducibile. Si dice che les mots peuvent guérir des maux. Le parole possono guarire i mali (il vocabolo “mots – parole” e il vocabolo “maux- mali” si pronunciano allo stesso modo).

Sappiamo benissimo che una parola, pronunciata da una determinata persona in un determinato momento, può letteralmente rovinare una vita. Fortunatamente, il processo funziona anche nella direzione opposta. Di solito è più lungo e faticoso costruire che distruggere, ma una buona parola detta nel momento del bisogno può offrire un grande conforto.

I problemi pratici

La mia separazione è stata consensuale perché ho accettato di non chiedere nulla al mio ex. Il che forza già un po’ la consensualità, ma per me era importante non creare motivi di conflitto. La conseguenza è stata che mi sono ritrovata a dover affrontare grosse difficoltà di ordine economico e a dover chiedere aiuto alla famiglia, il che non è certo valorizzante, soprattutto per chi già sta a terra.

Ho dovuto in seguito accettare lavoretti di ogni tipo, e scegliere le opportunità in base al compenso e non al lavoro. Ed ecco che, durante la fase “sindrome dell’impostore”, quando non mi sentivo in grado di praticare l’ipnosi, tra fare pulizie e lavorare all’ufficio del turismo, ho dovuto optare per la prima, che mi permetteva di guadagnare di più in meno ore, lasciandomi del tempo da trascorrere con i miei figli. E anche questo è stato un duro colpo per il mio umore già duramente messo alla prova. Non era il lavoro in sé, ma il fatto di rendermi conto che non stavo andando nella direzione che avevo scelto per la mia vita. Ne ho comunque approfittato per ascoltare decine di audiolibri e per riflettere a lungo. Al termine di questa faticosissima estate ho ricominciato con l’ipnosi, e il fatto di sentirmi utile mi ha aiutata a ritrovare il buonumore. Anche l’inizio della scuola che di solito non amo perché mi toglie i miei “bambini” per molte ore al giorno, mi ha aiutata a tornare in carreggiata grazie ai ritmi regolari e alle routine rassicuranti.

Il cammino

Non potendo più correre per via del ginocchio, ho iniziato a fare lunghe camminate in mezzo alla natura, spingendomi sempre più lontano, sempre più in alto. Mi sono quindi unita a due amiche, di quelle che si sono avvicinate durante quest’ultimo anno, che conoscono e percorrono tutti i sentieri della regione, e quella del camminare è diventata una piacevole abitudine. Sentendole programmare il loro secondo viaggio lungo il cammino di Santiago, non ho potuto resistere. Ho sempre desiderato percorrerlo e ho deciso di unirmi a loro.

Questo progetto è stato un po’ come… un’innamoramento. Ha scatenato in me un incredibile entusiasmo, e non c’è giorno che io non ci pensi. Ne parlo spesso anche con i miei figli, con i quali mi piacerebbe un giorno condividere l’esperienza. Per ovvi motivi (lavoro, figli, eccetera) non potremo fare tutto il cammino in una volta sola. Partiremo dalla Francia (Vézelay) per proseguire lungo il cosiddetto “cammino francese”, 1900km in totale in tappe da una settimana. Ci vorranno anni per arrivare a destinazione, ma lo scopo qui è il cammino, non la meta.

È con ritrovato entusiasmo che torno quindi anche ad occuparmi del blog e del corso di autoipnosi online che avevo promesso tempo fa. Ci vediamo nel gruppo autoipnosi per esercitarci insieme!