Il Nostro Viaggio in Asia

Riguardando le foto del nostro viaggio mi sono accorta che non ho raccontato quasi nulla qui sul blog. Certo, ci sono stati i video pubblicati su YouTube e sulla mia pagina Facebook, ma quelli sono piccoli scorci. Oggi voglio raccontarti il viaggio per filo e per segno (o quasi). Si tratta di un viaggio lungo un mese, quindi… siediti pure!

Partenza

Sono partita una settimana prima del resto della mia famiglia, insieme alla mia amica Aude che avevo già accompagnato a Bangkok per affari l’anno scorso. Questa prima settimana è stata di lavoro intensivo. Io in pratica le facevo da shopping assistant. Aude ha un negozio di abbigliamento e ogni anno si rifornisce in Thailandia, cercando di scovare sempre cose nuove e originali. Il vero scopo del suo business, infatti, è quello di permettere a lei e alla sua famiglia di trascorrere ogni anno un mese in questa terra che amano tanto.

Di solito lei parte da sola una settimana prima degli altri, fa il suo shopping, spedisce tutto a casa, poi arrivano il marito e i figli e inizia la vacanza. Quest’anno abbiamo deciso di copiare il loro format e di scoprire una terra per noi completamente nuova.

Bangkok

Appena arrivate siamo andate nello stesso hotel dello scorso anno. Non avevamo prenotato ma abbiamo trovato comunque una camera. L’hotel New Siam Riverside è un albergo situato in un quartiere molto vivace sia di giorno che di notte, ha una gestione familiare e i dipendenti sono tutti Thai.

Durante la prima settimana ci siamo dedicate allo shopping: il centro commerciale Platinum, Chinatown e, durante il fine settimana, il mercato di Chatuchack. Abbiamo anche girato un po’ il quartiere per cercare un hotel un po’ più economico, visto che nei giorni successivi avremmo avuto bisogno di due camere ciascuna.

Bangkok – Chiara e Gloria

Il giorno in cui sono arrivati i nostri mariti e i nostri figli abbiamo deciso di fare loro una sorpresa: abbiamo detto che non saremmo riuscite ad andare ad accoglierli all’aeroporto, e invece ci siamo presentate all’arrivo. Risultato: non li abbiamo incrociati! Non potevamo chiamarli perché loro non erano raggiungibili, e dopo un’ora e mezza di attesa ci siamo rassegnate alla nostra gaffe e siamo rientrate in albergo. Avevamo nel frattempo traslocato al New Siam Palace View, che appartiene sempre agli stessi proprietari del precedente. Meno caro, più moderno, ma molto più “freddo”, sia in termini di arredamento che di personale.

Bangkok, un uomo pesca con la rete nel fiume sotto casa
La sua imbarcazione non è altro che un grosso catino. All’interno, l’unico pesce pescato quel giorno

Dopo aver riabbracciato i nostri cari ci siamo concesse una bella doccia e una birra. Io, che a casa non ne bevo mai, in Thailandia prendevo spesso la Leo Beer: mi faceva ridere il nome, lo stesso di mio figlio, e la trovavo leggera e rinfrescante.

La prima sera abbiamo voluto sfoderare la nostra esperienza e abbiamo portato Jean, David e i ragazzi a mangiare in uno dei ristoranti di strada che avevamo scoperto durante i giorni precedenti. Jean ha subito bocciato la cucina locale, e ha continuato a lamentarsene durante tutto il viaggio. È stato l’unico a cercare di mangiare cose diverse da quelle che mangiano i Thai, ed è stato l’unico a stare male di stomaco.

Bangkok

A Bangkok si può mangiare ovunque, e a qualsiasi ora di giorno e della notte. Ovunque ci sono bancarelle, carretti, o simil-ristoranti improvvisati. Il caos è totale e questi “ristoranti” sembrano sporchi ma, se li guardi più da vicino, non lo sono affatto. Le attrezzature sono vecchie ma sempre linde. I piatti vengono lavati in una bacinella per strada e messi ad asciugare su grandi vassoi di bambù. La zuppa ribolle per tutta la giornata e gli odori che si alternano variano dal delizioso al disgustoso, passando per tutte le gradazioni e gli estremi immaginabili.

Un’altra cosa che a Bangkok si può fare ovunque è il massaggio: con 200 bhat, l’equivalente di 6 euro, ti concedi un bel massaggio di un’ora.

Massaggio di famiglia a Bangkok

Una delle cose più impressionanti, a Bangkok, sono i fili elettrici. Centinaia di fili che, ad ogni angolo di strada, si ingarbugliano tra loro cerando matasse apparentemente impossibili da sbrogliare. Eppure funziona tutto.

Fili elettrici per le strade di Bangkok
Lo Sticky Rice

Abbiamo trascorso qualche giorno a Bangkok dove abbiamo incontrato una coppia di amici di Montpellier con i loro figli, che casualmente si trovavano lì nello stesso momento. I ragazzi hanno scoperto i Tuk Tuk, taxi-ape della capitale, i massaggi, la fish spa e lo sticky rice: porzioni di riso che si acquistano per strada e che si mangiano come se fossero barrette di cereali. Si tratta di un riso glutinoso e appiccicoso, semplicemente bollito e impacchettato in modo da poter essere mangiato mentre si cammina.

In Thailandia la vita costa pochissimo, soprattutto per noi detentori di Euro, e la tentazione di comprare qualsiasi cosa ti capiti sotto mano è forte. Noi eravamo partiti con un bagaglio molto minimal, e io sapevo già che al rientro avrei voluto portarmi dietro due cuscini thai.

Questi cuscini tipici vengono generalmente disposti sul pavimento, sopra un tappeto, o su una specie di grande tavolino basso sul quale i thai si siedono a gambe incrociate. Per mangiare, un altro mini-tavolino è sistemato al centro.

I cuscini thai

Dicevo… siccome volevo portarmi a casa i cuscini, che sono piuttosto ingombranti, ho fatto attenzione a non eccedere con gli acquisti. Mi sono però lasciata tentare da due abitini trovati in un negozio che si chiama Magma al mercato di Chatuchack e che vende solo indumenti vintage. Il prezzo? Circa tre euro uno. Ci sono tornata poi con Gloria e ho comprato due abitini anche a lei che, in thailandia, porta praticamente una taglia da adulta. Io che qui indosso una S/XS e che mi vesto nei reparti bambini, laggiù dovevo prendere la L!

Le ciabatte pelose

Nel mio bagaglio minimal non ho messo scarpe: ne avevo un paio (da ginnastica) ai piedi e avevo previsto di comprare lì delle infradito. Così ho fatto, commettendo un grosso errore. Ho preso un paio di infradito troppo piatte e dopo una giornata trascorsa a camminare su e giù per il mercato, avevo malissimo ai talloni. Il giorno dopo, a Chinatown, le ho barattate con un paio di ciabatte spesse, morbide e… pelose! Nel quartiere cinese le avevano addosso tutti, ma quando – dopo averle testate con successo per diversi giorni – siamo tornate laggiù per comprarne altre da regalare, non le più abbiamo trovate.

Guarda il video: Bangkok – il Tempio del Buddha Sdraiato

Kanchanabury

Qualche giorno dopo abbiamo salutato Aude, David, Roman e Zoé che partivano per Bali e abbiamo iniziato la nostra avventura in famiglia, senza un itinerario prestabilito e senza alcuna prenotazione. Dopo aver visto dei manifesti pubblicitari, i ragazzi volevano cavalcare gli elefanti. Sapendo che gli elefanti che portano a spasso i turisti sono spesso maltrattati e denutriti, ho proposto di cercare un’alternativa. I nostri amici di Montpellier erano appena stati in un rifugio nel quale gli elefanti vengono salvati e curati. Il rifugio è aperto ai turisti ma in numero estremamente limitato e con condizioni molto restrittive per il benessere degli elefanti. Abbiamo chiamato per prenotare ma non avevano più posto fino al mese successivo. Ci siamo quindi messi in cerca di altri luoghi simili e, dopo diversi tentativi, abbiamo trovato posto ad Elephants World: un posto meraviglioso il cui motto è “Lavoriamo per gli elefanti; non loro per noi”. Della nostra permanenza ad Elephants World ho parlato in questo post.

A bagno con gli elefanti nel fiume Kwai

Elephants World si trova vicino a Kanchanaburi, che abbiamo deciso di raggiungere in treno. Si tratta di un treno particolare, soprannominato il treno della morte. Il nome deriva dalla “ferrovia della morte”, costruita in tempi record da migliaia di schiavi durante l’occupazione giapponese. Molti di essi trovarono la morte durante i lavori. In questo contesto è ambientato il film “Il ponte sul fiume Kwai”, tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Boulle.

Abbiamo lasciato le valigie a Bangkok e siamo partiti con gli zaini in spalla. Il viaggio in treno è stato bellissimo. Ad ogni stazione salivano venditori ambulanti che vendevano ogni sorta di cibo e bibita. Difficile capire che cosa vendessero esattamente, ma tutte le cose che abbiamo provato erano ottime.

Kanchanabury, però, sembrava una città deserta. Anche l’albergo, consigliatoci dal tassista che abbiamo preso alla stazione, sembrava il set di un film d’orrore: corridoi larghissimi e lunghissimi, immense sale comuni e… nemmeno un ospite. La reception era però popolata da quattro o cinque ragazzi giovani, che ci hanno suggerito un ristorante con vista sul famoso ponte.

Sullo sfondo, il ponte sul fiume Kwai. La parte centrale è stata ricostruita dopo i bombardamenti

Quella sera abbiamo mangiato una cosa veloce ad una bancarella, e abbiamo preso nota del ristorante per il giorno successivo.

Una volta arrivati ci siamo accorti che non era proprio nel nostro stile: era invece il tipico ristorante per turisti, con cibo (e prezzi!) occidentali. Da quel momento in poi, quando abbiamo chiesto consigli, abbiamo pensato a precisare che non volevamo andare in posti turistici ma in quelli in cui mangiano/dormono le persone del posto.

Il pasto è stato costoso e insipido, ma la location era davvero splendida. Dopo pranzo abbiamo attraversato il ponte (parzialmente distrutto dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale e ricostruito in seguito) e visitato il tempio cinese che si trova sull’altra sponda.

Fiori, frutti e bibite per il Buddha e per le divinità locali

Dopo aver passeggiato nei dintorni abbiamo cercato invano un taxi per un po’, poi abbiamo visto il famoso “trenino della morte” fermo vicino al ponte. Jean ha detto: «Saliamo?» e prima che potessi obiettare erano già tutti sopra. Il treno non ha porte e si può salire facilmente ma… i biglietti?

Quando è arrivato il controllore, abbiamo cercato di spiegargli che avevamo preso il treno “al volo” per rientrare in albergo. Lui ha sorriso e ci ha lasciati proseguire: era la stazione successiva.

Il mattino dopo un’auto è venuta a prenderci per portarci ad Elephants World, dove avremmo trascorso due giorni indimenticabili a contatto con gli elefanti, preparando loro da mangiare, facendo insieme il bagno nel fiume Kwai, e scoprendo molte cose interessanti su queste splendide creature e sui loro compagni umani: i mahout.

Koh Mak

Nel frattempo parlavamo il più possibile con le persone del posto, dalle quali ci siamo fatti consigliare la destinazione successiva. Volevamo andare su un’isola, ma preferivamo evitare quelle più turistiche. Alla fine la scelta è caduta su Koh Mak. Per raggiungerla siamo passati nuovamente da Bangkok, dove abbiamo trascorso una notte.

Il mattino dopo abbiamo preso un autobus per Koh Mak. Viaggiare in Thailandia è davvero uno spasso. Ci sono agenzie di viaggio che sembrano improvvisate ricavate in angoli di altri negozi, bar o ristornati. Tu dai la tua destinazione, paghi (in genere in contanti) e loro ti danno un biglietto: «Domani mattina alle 7 verrà una persona a prenderti in albergo: tu fagli vedere questo». Che sorpresa quando abbiamo visto che la persona che era venuta a prenderci era… in scooter!

Transfert dall’hotel all’autobus

Gli scooter in realtà erano due. Ci hanno caricati (noi cinque più i due conducenti!) e accompagnati all’autobus. Noi eravamo parecchio esitanti, poi ci hanno spiegato che si trattava solo di un centinaio di metri e che il percorso era tutto pedonale. Dieci ore dopo, con lo stesso biglietto, siamo saliti sul traghetto per Koh Mak. Appena sbarcati siamo stati letteralmente aggrediti da tassisti e pseudo-guide turistiche che ci volevano portare in albergo. Quando dicevamo di non avere prenotazione si guardavano tra di loro, poi guardavano noi, i bambini, e si riguardavano stupiti. «Non sapete dove volete andare?» ci ha chiesto quella che sembrava essere il capo delle guide. «Vorremmo un taxi che ci porti in paese, poi cercheremo un albergo». Ancora una volta ci guardavano, si guardavano e sembravano non capire. Il motivo era molto semplice ma lo abbiamo scoperto solo più tardi esplorando l’isola: a Koh Mak non c’è nessun “paese”. Il tassista ci ha detto che ci avrebbe portato in giro per hotel finché non avessimo trovato quello che ci andava a genio.

La spiaggia di Koh Mak

Ci siamo innamorati del primo, che non era un hotel ma un villaggio di bungalow sulla spiaggia. Durante il nostro soggiorno ne abbiamo visti di più belli ma troppo cari o di meno belli, ma nessuno che ci corrispondesse quanto quello che avevamo scelto all’arrivo.

Guarda il Video: L’Isola di Koh Mak

A Koh Mak non ci sono macchine a parte i taxi, e in ogni caso molte delle strade sono così piccole che le auto non passerebbero. La gente del posto va in giro in scooter, e i turisti possono affittarne.

Io non avevo mai guidato uno scooter in vita mia, ma ero pronta ad imparare. Jean invece non si fidava, ed è riuscito a farsi dare in affitto questo:

Il nostro scooter formato famiglia!

Prima di partire, però, ho voluto togliermi lo sfizio e imparare a guidare lo scooter.

Kun: il pizzaiolo dell’isola di Koh Mak

C’è una cosa che un italiano all’estero non dovrebbe mai fare: mangiare la pizza. Ma Jean continuava a cercare alternative al cibo locale e quando ha visto il forno a legna ha voluto fare un tentativo. Così abbiamo conosciuto Kun, il pizzaiolo dell’isola. Ancora non riesco a capacitarmene, ma la sua pizza è ottima. Il locale appartiene ad una coppia di americani che utilizzano esclusivamente prodotti importati dall’Italia. Hanno persino fatto venire un pizzaiolo napoletano per formare Kun. Lui viene dalla Cambogia, dove spera di tornare per aprire una pizzeria tutta sua.

Koh Mak: Jean e Kun si scambiano le ricette

Chiacchierando con Kun gli ho detto che mi sarebbe piaciuto visitare i templi di Angkor, in Cambogia, se non fossero stati così lontani. Qualcuno mi aveva parlato di 12 ore di autobus. Lui ha detto che mi sbagliavo. Stando alla sua versione, la frontiera cambogiana era ad appena due ore da lì, e nel giro di altre due ore si arrivava in autobus ad Angkor.

Ho guardato Jean con aria supplicante: «Ci andiamo?».

Avevamo previsto di incontrare Aude e famiglia pochi giorni dopo a Koh Phayam, all’altro capo della Thailandia. Andando in Cambogia, avremmo allungato ulteriormente un viaggio di 12 ore. Ma quando saremmo stati di nuovo così vicini alla leggendaria Angkor? Non potevamo lasciarci sfuggire questa opportunità.

Passeggiata notturna a Koh Mak

Tornati a Koh Mak, ci siamo informati sul da farsi: per entrare in Cambogia ci voleva un visto. Il costo era di circa 10€ a testa. Servivano delle foto tessera ma se non le avevamo ce le avrebbero fatte sul posto. Ancora una volta abbiamo prenotato, pagato, e siamo partiti con in mano un biglietto. Comprendeva un minibus fino al confine e un altro che ci avrebbe aspettati dall’altra parte. Perché quella tra Thailandia e Cambogia è una frontiera vera, di quelle che da noi non ci sono più, e gli autobus non possono fare avanti e indietro. Uno ti lascia da una parte; un’altro ti carica oltre il confine, che varchi a piedi.

Cambogia: Angkor e Siam Reap

La frontiera fra Thailandia e Cambogia

Per il primo tratto tutto bene, ma arrivati alla frontiera abbiamo scoperto che il visto era molto più costoso di quanto ci avessero detto. Jean, che è un gran brontolone, ha iniziato a… brontolare, ma alla fine non eravamo certo arrivati fin lì per fare marcia indietro. Abbiamo pagato quel che c’era da pagare, cambiato un po’ di soldi, passato il controllo passaporti dal lato thai, il confine e poi di nuovo il controllo passaporti in Cambogia.

In coda al controllo passaporti. I ragazzi disegnano mentre noi aspettiamo il nostro turno

Ci guardavamo intorno sperduti: in quel mare di gente come avremmo trovato la persona che avrebbe dovuto venire a prenderci? Poco dopo ci ha trovati lui: nel telefono aveva una nostra foto. L’autista del minibus thai, in effetti, ci aveva fotografati e gli aveva inviato la foto.

Questa persona ci ha accompagnati al nostro minibus e ci ha chiesto dove avremmo alloggiato. Gli abbiamo detto che non avevamo prenotazioni e ci ha proposto di prenotarci una camera. Abbiamo accettato e, quando ci ha chiesto quanto volevamo spendere, abbiamo dato una cifra simile a quelle pagate fino ad allora in Thailandia: 30€.

Una volta saliti sul minibus abbiamo notato che non c’erano cinture di sicurezza. Io ero piuttosto contrariata ma avevo già notato che in Thailandia molte auto non le avevano, e ho pensato che protestare non servisse. Abbiamo fatto accomodare i bambini sui sedili in fondo e abbiamo incrociato le dita.

L’autista era molto (troppo?) giovane e guidava come un folle. Più volte Jean mi ha detto “Ora gli dico di fermarsi e lasciarci scendere”. Peccato che fossimo su una strada semideserta, e che lui non capisse una parola d’inglese. Sulla strada non c’era segnaletica orizzontale e auto, moto e biciclette si incrociavano e si sorpassavano indisciplinatamente. Più di una volta abbiamo temuto di avere un incidente, finché ad un certo punto uno strano rumore ha costretto l’autista a fermarsi. Una delle gomme era completamente “sfoderata”: si era staccato tutto il rivestimento. L’autista era molto a disagio e ha cercato di minimizzare: ha sorriso, ci ha detto «non è niente» ed è risalito in auto. Noi gli abbiamo fatto segno di no, e abbiamo chiesto di scendere. Ma cosa fai al bordo di una strada in Cambogia, senza sapere il nome dell’albergo che hai già pagato e che dista due ore dal punto in cui ti trovi?

L’autista ha fatto una telefonata ed è arrivata un’altra persona.

«Aspettate qui» ci ha detto «tra 20 minuti verrà a prendervi un altro minibus».

Da un lato della strada c’era un chiosco che vendeva cibo e bibite; dall’altro una caserma, o un commissariato, o una cosa del genere. Nessuno che parlasse inglese a parte la persona che ci ha detto di aspettare e che, poi, se n’è andata insieme al nostro autista.

E il biglietto? Se l’era tenuto lui. Se ci avessero abbandonati lì non avremmo potuto fare niente, né avremmo saputo con chi protestare. Le persone del chiosco ci hanno messo a disposizione delle sedie. Noi abbiamo comprato qualcosa da mangiare, e abbiamo scoperto che i prezzi in Cambogia sono molto più simili a quelli europei che a quelli thai.

Due ore dopo un grosso autobus si è fermato al bordo della strada. Ne è scesa una ragazza che aveva, sul cellulare, la nostra foto. Lei parlava inglese.

«Non sappiamo dove dobbiamo andare» le ho detto.

«Io lo so» ha risposto lei.

La ragazza era una specie di guida turistica e sull’autobus l’accompagnavano sua madre e sua figlia di un anno e mezzo. In Thailandia e Cambogia molti bambini vanno semplicemente al lavoro insieme ai genitori. Spesso insieme alla mamma, ma non è raro vederli anche con il papà.

Al lavoro con la mamma
Anche la farmacista va al lavoro con la figlia, che gattona tranquillamente tra gli scaffali

Poco più avanti ci siamo fermati per mangiare, andare in bagno, rinfrescarci, eccetera. Io ho fatto la turista e ho comprato due amache ad un prezzo che mi sembrava interessante: circa cinque euro l’una.

Jean mi ha presa in giro dicendomi che non bisogna mai comprare nei posti in cui si ferma l’autobus, perché sono d’accordo con loro e sicuramente costano di più. Ma io lo consideravo comunque un affare.

Arrivati a Siam Reap ci hanno fatti scendere dall’autobus. Era ormai buio e ci siamo ritrovati di nuovo al bordo di una strada, questa volta di città, ad aspettare. La ragazza però era rimasta con noi. Sua madre aveva con sé del cibo e ci ha fatto assaggiare dei semi di loto. Non ne avevamo mai visti in Thailandia, mentre in Cambogia si trovano spesso nelle bancarelle.

I semi di loto: in Cambogia li mangiano come noccioline

Poco dopo è arrivato un tuk tuk che ci ha portati in albergo. Il criterio di scelta era stato il prezzo. Il nostro intermediario al confine ci ha chiesto quanto volevamo spendere e noi abbiamo dato una cifra, intorno ai 30€, che era in linea con quello che avevamo speso fino a quel momento in Thailandia.

Ma, come avevo notato al chiosco, qui le tariffe non erano le stesse, e con il nostro budget di 30€ ci siamo ritrovati in un ostello. Appena arrivata mi sono accorta di aver dimenticato le amache sull’autobus. Il ragazzo della reception ha chiamato la ragazza del bus. Lei ha chiamato l’autista e lui ha detto di non aver trovato nulla. Amen.

Estremamente spartana, discretamente pulita, al terzo e ultimo, ripidissimo piano dell’ostello, senza ascensore ovviamente, era comunque perfetta per noi. L’ostello era centralissimo. Il ragazzo della reception ci ha accompagnati in camera. Gli abbiamo detto che la mattina dopo avremmo voluto andare ad Angkor e gli abbiamo chiesto consiglio su come muoverci.

Lui ci ha detto che aveva un Tuk Tuk, e che avrebbe potuto accompagnarci. Era molto carino e l’offerta cascava a fagiolo. Sam, questo era il suo nome, ci ha spiegato che uno dei momenti migliori per visitare i templi khmer era l’alba, e ci ha proposto di venire a prenderci alle cinque del mattino.

Abbiamo guardato i bambini, stremati da quella giornata interminabile, e abbiamo chiesto loro un ultimo sforzo a suon di «Quando ci ricapita?» e «Ve ne ricorderete per il resto della vita».

Alle cinque eravamo giù dal letto e poco dopo sedevamo sul Tuk Tuk. Sam lo aveva lucidato per bene, ed era vestito molto elegante per accompagnarci. Gli ho detto che volevo acquistare un amuleto buddhista. In Thailandia è vietato acquistarli (o meglio, è vietato portarli fuori dal Paese), quindi volevo ovviare acquistandone uno in Cambogia. Gli ho chiesto di includere nel nostro giro una sosta in un posto in cui potessi procurarmene uno.

L’alba ad Angkor Wat

L’alba è stata spettacolare e Angkor il posto più bello che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Sam sapeva tutto dei templi e, oltre che da autista, ci ha fatto anche da guida.

Angkor e il nostro tuk tuk (foto di Sam)

Abbiamo pranzato in una specie di mercato in mezzo ai templi, mentre Sam e tutti gli altri autisti di Tuk Tuk dormivano nelle amache appese agli alberi o ai loro veicoli.

Il conducente riposa in un’amaca appesa nel suo tuk tuk

Per la visita ai templi ero preparata come se dovessi entrare in una chiesa: abito lungo e foulard per coprire le spalle. Ma all’ingresso di uno di essi mi sono sentita dire che il foulard non bastava: bisognava avere delle maniche vere e proprie. Inoltre Gloria e Chiara non potevano entrare: il pavimento è molto accidentato e, per evitare possibili incidenti, l’accesso è consentito solo dai 12 anni in su. Così ci siamo messe in un angolino, ho fatto a Gloria un top annodando il mio foulard e lei mi ha prestato la sua t-shirt. Io e Jean siamo poi entrati a turno nel tempio, insieme a Leo.

Gloria indossa il mio foulard

Finito l’ultimo tempio Sam ci ha annunciato che saremmo rientrati in albergo.

«E il mio amuleto?» ho protestato.

Lui si è messo una mano in tasca e ha tirato fuori un ciondolo del Buddha. Un regalo per me. Questo gesto mi ha davvero commossa.

Sam (con la camicia azzurra e il casco) e Jean comprano il cibo per le scimmie

Sulla strada del ritorno, lungo una strada che costeggiava un parco, c’erano delle scimmie, e una ragazza con un carrello che vendeva strani frutti perché i turisti dessero da mangiare agli animali. Sam ci ha chiesto se volevamo fermarci e abbiamo detto di sì. Ho comprato un sacchetto di frutti e la prima scimmia che si è avvicinata me l’ha strappato di mano.

Mamma scimmia e il suo piccino sul nostro tuk tuk

Ne ho preso un secondo, e sono stata molto più attenta. Siamo rimasti un po’ a giocare con le scimmie e a chiacchierare con la ragazza, poi siamo ripartiti.

Incontri ravvicinati

Rientrati all’ostello ci siamo dati una rinfrescata e poi siamo usciti di nuovo, per fare un giro all’Old Market. Ne ho approfittato per comprare due amache come quelle che avevo perso. Il prezzo era lo stesso.

Il mercato è bellissimo e così anche le vie di Siam Reap, piene di vita, di musica, luci e colori.

La sera, al rientro, alla reception c’era la ragazza del bus. L’autista aveva ritrovato le nostre amache. Ora ne avevamo quattro!

Il giorno dopo di nuovo minibus fino alla frontiera, poi altro minibus fino a Bangkok, stavolta senza intoppi.

Gloria e Chiara nel minibus

Ancora una notte al New Siam Palace View, un giorno a spasso per la metropoli e, la sera, autobus notturno in direzione Koh Phayam. L’autobus era moderno e comodissimo. I sedili si inclinavano quasi completamente.

Poco dopo la partenza ha fatto una sosta al bus terminal, dove avremmo potuto cenare. Jean, che continuava a lamentarsi del cibo locale, ha voluto andare al KFC. Il pasto peggiore di tutta la nostra vita. Al ritorno ci hanno detto che avremmo dovuto cambiare autobus, e ci hanno fatti salire su quello accanto, che era molto più brutto, scomodo e rumoroso. Non abbiamo avuto il tempo di protestare che eravamo già partiti.

«E gli zaini?» li avevamo caricati sull’altro.

«Nessun problema. Vanno entrambi a Koh Phayam. Ritrovarete i vostri bagagli laggiù».

Dopo una pessima notte, con l’aria condizionata che non si poteva spegnere, siamo arrivati al porto nel quale avremmo preso il traghetto per Koh Phayam. Sul nostro biglietto c’era scritto “Speed Boat”, e sapevamo che il viaggio sarebbe durato un’ora. Per un motivo che ci è sfuggito, invece, ci siamo ritrovati sullo slow boat, carico di merci da portare sull’isola, e di ore ne abbiamo impiegate due.

Le imbarcazioni sono sempre ornate di fiori freschi. Un’offerta per ingraziarsi gli dei

Poco male, questa volta: io adoro navigare, e il paesaggio era incantevole.

Gloria, Jean e Chiara sulla slow boat

Koh Phayam

All’arrivo, Aude e famiglia ci aspettavano sul molo.

Siamo andati nel campeggio nel quale alloggiavano, in una splendida capanna di bambù in riva al mare. Restava solo un bungalow disponibile, ma era di cemento e lontano dal mare. Abbiamo deciso di fare un giro per vedere se ci fossero in giro delle alternative, ma era tutto pieno, così ci siamo sistemati nella casetta di cemento.

Il bungalow di Aude e David
… e il nostro!

La spiaggia di Koh Phayam era molto bella ma quando entravamo nell’acqua venivamo pizzicati da qualche strana creatura invisibile: a quanto pare un tipo di plancton aggressivo. Beh, è un vero peccato essere su spiagge così paradisiache e non potersi fare il bagno in santa pace!

Koh Phayam
L’Hippy Bar a Koh Phayam
Hippy Bar
Tramonto all’Hippy Bar

Nei giorni successivi siamo stati in giro per Koh Phayam con i nostri amici. Quest’isola ci è piaciuta un po’ meno di Koh Mak, più selvaggia, ma è comunque uno splendido posto. Ci sono due locali bellissimi che vale la pena di visitare: l’Hippy Bar, a forma di nave arenata sulla spiaggia, dove ti prendi da solo il bloc notes, porti la comanda in cucina, e poi ti vai a ritirare il piatto o la bibita; e il Chai Chai Home, bar salutista che propone anche lezioni di yoga e che ha una biblioteca molto fornita i cui libri possono essere sfogliati, acquistati o scambiati con i tuoi.

La biblioteca del Chai Chai Home
Koh Phayam – Gloria e un Calaos

Una sera, mentre Jean si faceva un tatuaggio e noi bevevamo una Leo Beer all’Hippy Bar, i ragazzi giocavano sulla spiaggia. Una famiglia francese ha sentito Leonardo parlare nella loro lingua e gli ha chiesto da dove venisse. Lui ha chiesto da dove venissero loro ed è rimasto molto stupito nel sentir dire che venivano dal minuscolo paese d’origine di Jean. Un paio di domande e si è scoperto che il marito era un suo amico d’infanzia, e che non si vedevano da 25 anni!

Il giorno dopo abbiamo organizzato una carrambata e abbiamo scoperto molte cose che Jean non ci aveva mai raccontato sulla sua infanzia e adolescenza.

Intanto i giorni passavano ed era ora di rientrare. Siamo andati a prendere i nostri nuovi biglietti insistendo sullo speed boat e sull’autobus bello. Durante il viaggio in speed boat, un grosso motoscafo che trasportava molte più persone di quante ce ne potessero ragionevolmente stare, ho rimpianto lo slow, mentre l’autobus lo riprenderei mille volte: davvero confortevole, a condizione di non farsi fregare e finire in quello sfigato.

L’autobus notturno

Ancora una notte a Bangkok e il nostro viaggio era giunto al suo termine. Un mese sembra lunghissimo ma è davvero volato. Ci sarebbe piaciuto proseguire il nostro vagabondaggio ancora a lungo. Per me, poi, quella del nomade è la modalità di vita ideale: se potessi non farei altro che viaggiare!

Bangkok – aspiranti youtube in azione

Nostalgia a parte, il rientro non è stato traumatico: ci siamo ripresi in fretta dal jet lag e dal cambio di fuso orario. Siamo tornati al nostro tran tran e già sogniamo la prossima avventura in famiglia.

Se hai letto questo lungo racconto fino alla fine e vuoi saperne (ancora) di più, puoi guardare tutti i video del viaggio sul mio canale YouTube.