Cosa Fare Quando i Bambini Piangono

Ho letto la versione francese del libro “Lacrime e capricci. Cosa fare quando neonati e bambini piangono”, purtroppo non più disponibile in Italia in un periodo in cui Chiara piangeva spesso e senza motivo apparente. La lettura è stata una grande sorpresa. Oltre ad aiutarmi a gestire (o meglio, ad accettare) il pianto di mia figlia, mi ha permesso di far luce su alcune problematiche mie. Sono infatti una persona dalla lacrima facile, e spesso mi è capitato di essere rimproverata o di sentirmi a disagio per questo.

Questo libro parla del pianto come di uno strumento che va compreso e addirittura ascoltato, e non condannato ad ogni costo.

Secondo l’autrice, infatti, il pianto è una forma importante di espressione (o di sfogo) delle emozioni che non andrebbe inibito né bloccato, nemmeno con trucchetti “innocui” come quello di far ridere il bambino o di distrarlo attirando la sua attenzione su qualcos’altro. Una persona che piange una perdita, va sostenuta e accompagnata nel suo dolore. Questo dolore, per quanto ingiustificato possa apparire ai nostri occhi, va prima di tutto accettato. Cercare di bloccarne l’espressione o ignorare la situazione impedisce di elaborarla.

Vi è mai capitato di piangere tra le braccia di una persona cara? Ecco, a me no. Ma da quando ho letto questo libro accolgo in questo modo le lacrime dei miei figli. Lascio che si sentano al sicuro tra le mie braccia, liberi di esprimere il loro dolore, la loro rabbia o la loro frustrazione. Per quanto il motivo possa sembrarmi insignificante, se provoca una reazione emotiva così intensa è perché smuove qualcosa in loro.

Spesso gli adulti impediscono ai bambini di piangere per pura incomprensione del fenomeno che, inoltre, risveglia in loro uno stress che non hanno mai potuto evacuare e un bisogno di piangere che non è stato soddisfatto. Questa repressione del pianto si trasmette di generazione in generazione.

Molti genitori cercano di far cessare il pianto dei propri bambini pensando che questi staranno meglio se smettono di piangere. E’ invece il genitore, prigioniero di un tabù secondo il quale piangere e sbagliato, a mal sopportare il pianto. Il bambino (in particolar modo il bambino piccolo, che ancora non sa esprimersi a parole) usa questo meccanismo non solo come valvola di sfogo ma anche come mezzo di comunicazione. Il pianto permette di ridurre lo stress, abbassare al tensione arteriosa e rallentare il ritmo cardiaco. Se i nostri antenati correvano di fronte al pericolo, a noi uomini evoluti e sedentari non resta… che piangere.

Il libro cita uno studio secondo cui, in un campione di donne ammalate di cancro al seno, quelle che esteriorizzavano il loro dolore vivevano più a lungo rispetto a quelle che soffocavano le proprie emozioni.

Crescere significa anche attraversare momenti di stress. Non possiamo proteggere i nostri figli dalle frustrazioni della vita, ma possiamo offrire loro un riparo sicuro, un luogo nel quale possano esprimere il loro sconforto senza essere respinti o giudicati.

Il bambino ha bisogno di genitori capaci di ascoltare con empatia l’espressione della sua collera, della sua sofferenza, della sua paura. Se avrà la possibilità di esprimere apertamente i propri sentimenti fin dalla nascita, imparerà che non ha bisogno di reprimere le emozioni negative e si sentirà amato in maniera incondizionata.

Secondo l’autrice, un bambino che impara ad abbandonarsi al pianto con fiducia tra le braccia dei genitori riuscirà più facilmente, durante l’adolescenza, ad aprirsi con loro.

Un bambino che incontra affetto e approvazione solo quando è felice e sorridente imparerà a negare una parte di sé per piacere agli adulti. Se pensa che i sentimenti negativi che immancabilmente proverà siano qualcosa di cui vergognarsi, avrà grandi difficoltà a costruire una buona stima di sé. Tutti, non solo i bambini, abbiamo bisogno di sapere che le persone che ci amano continueranno a farlo, qualunque sia il nostro stato d’animo.

A volte anche una reazione spropositata ad un piccolo incidente (un graffio, uno spintone) può essere un pretesto per evacuare lo stress dovuto ad altre situazioni. Succede anche a noi di perdere le staffe per un episodio insignificante. E’ bene quindi cercare di non reprimere il pianto con il pretesto che “non è niente”. Il bambino non sta esagerando. Sta cercando di guarire le sue ferite emotive.

Ma come reagire quando il pianto è associato ad una reazione violenta? L’autrice suggerisce di stringere il bambino con forza e con dolcezza, contenendo i suoi movimenti e fornendogli la giusta dose di contatto perché si senta rassicurato.

Il bambino ha bisogno di capire che esiste qualcosa di più forte e più potente che la sua rabbia. E cosa c’è di più forte dell’amore di un genitore?

Il momento in cui sembrano meritarlo meno, è quello in chi i bambini hanno maggiormente bisogno di amore e di attenzione.

L’autrice sostiene inoltre una cosa che constato con piacere da anni: crescere i propri figli è un’occasione unica e meravigliosa per comprendere meglio se stessi e guarire le ferite della propria infanzia.

Questo testo è stato un balsamo per le mie, di ferite. Mi ha aiutata a capire i motivi per i quali non sopportavo il pianto dei miei bambini (e guarda caso la vita mi ha messo di fronte a tre bambini che piangevano tanto). Ce n’è voluto di tempo, e di esperienza, per riuscire a capire!