Depressione: Una Questione di Geni?

Se hai già sofferto di depressione probabilmente conosci i numerosi pregiudizi legati a questa malattia. Chi ne soffre viene spesso additato come una persona che, semplicemente, non ha voglia di reagire.

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Un altro aspetto importante è che la depressione può scaturire da un fatto drammatico (un’infanzia traumatica, un lutto o una perdita grave…) ma può colpire anche chi, apparentemente, ha tutto per essere felice. In quest’ultimo caso la persona che ne soffre deve affrontare, oltre alla malattia, il giudizio degli altri. Chi ritiene di essere oggettivamente meno fortunato riesce difficilmente a trattenersi dal criticare il depresso a cui la vita non ha negato nulla.

Purtroppo la depressione è molto democratica e colpisce indistintamente le persone fortunate come quelle sfortunate. Anzi, ci sono studi** che dimostrano addirittura che una dose moderata di difficoltà affrontate durante l’infanzia funziona come una sorta di “vaccino”, rinforzando la capacità di affrontare le avversità in futuro.

Ma un’altra scoperta importante è questa: esiste una componente genetica che determina quello che è il nostro “livello base” di felicità: quello che ci contraddistingue in maniera costante durante il corso della vita. Quello sul quale ci stabilizziamo ogni volta, quando scema l’effetto “shock” di eventi drammatici (incidente, lutto, perdita del lavoro, eccetera…) o fortunati (chi vince somme ingenti di denaro tende ad essere molto più felice per un periodo che può variare tra i tre mesi e i due anni successivi al colpo di fortuna, per poi tornare a stabilizzarsi sul suo “livello base”). Questo livello base sarebbe, secondo gli esperti, immutabile.

Gli studi*, in questo caso, sono stati effettuati su gemelli monozigoti, identici in tutto, compreso il patrimonio genetico. Vivendo separati e attraversando esperienze anche molto diverse (successi per uno, fallimenti per l’altro, matrimonio e famiglia per uno, vita da single per l’altro, eccetera) i gemelli monozigoti risultano mantenere nel corso della vita livelli di felicità estremamente simili, se non identici.

Una cattiva notizia?

Se il tuo livello base di felicità è basso, vuol dire che il tuo destino è combattere per sempre con la depressione? Fortunatamente no. Però dovrai, rispetto ad altre persone, applicarti un po’ di più e coltivare attivamente la felicità. Secondo la Lyubomirsky* il 50% del nostro “capitale felicità” è determinato dai geni, il 10% dagli eventi della vita e il restante 40% dal modo in cui scegliamo di affrontare la vita stessa. Questa è un’ottima notizia: significa che gli eventi hanno un’influenza minima (e, come abbiamo visto sopra, passeggera) sul nostro livello di felicità, mentre le strategie che possiamo mettere in atto possono aumentarlo fino al 40%.

La ricetta della felicità

Nel suo libro The How of Happiness, Sonja Lyubomirsky propone una serie di attività mirate a coltivare attivamente la felicità: dal pensiero positivo ai Random Acts of Kindness, dalla meditazione all’esercizio fisico, ciascuno dovrà trovare il modo (o meglio i modi) più adatti a coltivare la propria felicità. Un percorso attivo, proattivo, percorribile per tutto: da chi dalla vita è stato messo a dura prova come da chi è cresciuto nella bambagia e non trova soddisfazione.

Una buona notizia è che (se come me ti aggiri intorno agli “anta” forse l’avrai già notato, con non poca sorpresa) contrariamente a ciò che saremmo portati a credere, il livello medio di felicità cresce con l’aumentare dell’età.

Un cervello felice

Un altro libro interessante sull’argomento è “Happy Brain” di Wendy Suzuki (questo è in italiano, nonostante il titolo non sia stato lasciato in inglese).

Secondo le ricerche citate dalla Suzuky, lo stress danneggia l’ippocampo e la corteccia prefrontale e riduce il volume ippocampale. L’esercizio fisico può proteggere l’ippocampo da future situazioni stressanti e contribuire a invertire i danni causati dallo stress cronico.

L’esercizio fisico migliora l’umore aumentando i livelli di serotonina, noradrenalina, dopamina ed endorfine. Non solo: stimola la neurogenesi adulta (una delle funzioni della serotonina, ormone della felicità, la cui carenza, riscontrabile con un semplice esame del sangue, è caratteristica delle persone depresse, è proprio quella di stimolare la neurogenesi ippocampale).

Ma cos’è la neurogenesi? È la produzione di nuovi neuroni. Fino a qualche anno fa gli scienziati pensavano che ciascun individuo nascesse con un numero determinato di neuroni e che non fosse possibile produrne di nuovi. Di neurogenesi adulta si è parlato molto negli ultimi anni grazie agli studi condotti sulla meditazione capace, proprio come l’esercizio fisico, di stimolare questo processo di “rinnovo” del cervello.

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*Gli studi citati sono tratti dal libro di Sonja Lyubomirsky “The How of Happiness“(in inglese).

**Gli studi citati sono tratti dal libro di Wendy Suzuki “Happy Brain” (in italiano).